“Ha ancora senso studIAre?” è questo il titolo un po’ provocatorio del numero 1635 di Internazionale (10 ottobre 2025). Il dossier raccoglie tre articoli che hanno come oggetto l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’istruzione. Tre differenti prospettive sul tema e tre ottimi spunti di riflessione sull’argomento.
A scuola senza insegnanti
Le grandi aziende dell’intelligenza artificiale (Google, OpenAI e Anthropic) stanno sperimentando programmi di apprendimento guidato che promettono di rendere lo studio più accessibile e personalizzato.
Google ha presentato Guided Learning, un sistema basato sul modello linguistico Gemini che non si limita a fornire risposte, ma incoraggia lo studente a riflettere, testare il proprio livello, scegliere il ritmo e perfino il formato: testo, video o podcast. L’obiettivo è rendere lo studio più coinvolgente e “su misura”.
Un altro esempio di interesse è la Alpha School di Austin. Qui gli alunni studiano due ore al giorno con un tutor IA e poi lavorano in gruppo su “competenze per la vita”, ovvero comunicazione, creatività, gestione del tempo. Niente compiti. C’è solo un piccolissimo problema, una retta annua da 40.000 dollari! Altro che diritto allo studio, qui lo studio è un lusso.
Il mondo è già cambiato
L’utilizzo dell’IA (anche in ambito universitario) è ormai onnipresente. Numeri alla mano, due terzi degli studenti di Harvard e oltre il 90% di quelli britannici usano strumenti di AI regolarmente.
Per molti studenti l’IA è uno strumento per sopravvivere al sovraccarico di scadenze e richieste: scrivere saggi, riassumere libri, migliorare la forma dei testi… tutto prima, tutto subito.
I professori, dal canto loro, faticano a capire quanto l’AI sia diffusa e trasformativa. Rispondono a questo fenomeno in maniera diversa: alcuni riportano gli esami in aula, alcuni richiedono compiti scritti a mano, altri ancora puntano sulla moral suasion o su nuovi criteri di valutazione. Che poi anche gli insegnanti stessi ricorrono all’AI per scrivere lettere di raccomandazione, programmi didattici o peggio per redigere i loro articoli scientifici (!).
L’unica soluzione contro gli imbrogli
Nel terzo articolo viene proposta una soluzione radicale: abbandonare gli scritti e dare più spazio agli esami orali. Un’università più orale e relazionale, dove la conoscenza si dimostra in tempo reale: esami orali, dialoghi, lavori di gruppo, revisione collettiva dei testi.
Un ritorno alla tradizione orale dell’università medievale, con esami, discussioni e interazioni dirette per provare la propria conoscenza “dal vivo”. Non proprio un passo indietro, quanto piuttosto una correzione di rotta.

Un personalissimo commento
Io, personalmente, utilizzo quotidianamente l’intelligenza artificiale ma cerco di farlo con cautela. Credo infatti che, se usata in maniera indiscriminata, rischi di atrofizzare la creatività, la memoria, la capacità di sintesi e di comprensione critica dei testi, e in ultima analisi la nostra capacità di pensare in modo autonomo.
Penso che sia necessario usare l’IA in modo intelligente e consapevole. Per riuscirci, è fondamentale studiare e continuare a farlo. Nella consapevolezza che l’apprendimento richiede sempre una certa dose di fatica: solo attraverso lo sforzo nasce una comprensione autentica.
Studiare serve proprio a questo, per restare padroni degli strumenti e non diventarne vittime. Facile a dirsi… un po’ più difficile a farsi.
E tu che cosa ne pensi?