Siamo alla seconda ondata ed è tempo di fare un bilancio delle misure di contenimento prese da parte del Governo. Di commenti in rete se ne trovano tanti e spesso discordanti. Non vogliamo in questa sede fare alcuna valutazione politica dell’operato del Governo per non entrare in una discussione che il più delle volte rischia di essere sterile se non addirittura esacerbare gli animi e i toni dell’una e dell’altra fazione. Limitiamoci allora a parlare del contact tracing ovvero quella attività di ricerca e gestione dei contatti di un caso confermato COVID-19.
Si è tanto parlato dell’app Immuni. Una storia, ahinoi, di insuccesso (almeno per ora) a giudicare dal numero di download e anche dai giudizi espressi su Google Play:

I motivi di questo insuccesso sono dovuti essenzialmente 1) ad una comunicazione poco chiara e incisiva, 2) ad un atteggiamento sfavorevole di una parte dell’opposizione 3) a presunti (io direi immotivati) questioni di privacy. Il fatto è che non è possibile pensare di affrontare questa emergenza senza avere strumenti che permettano un contact tracing efficace.
Sul punto 1) il discorso è molto vasto ed è strettamente legato alla questione dei dati. In generale, possiamo dire che le decisioni politiche per essere prese e per essere accettate dai cittadini hanno bisogno necessariamente del supporto dei dati. In molti e da più parti si lamentano della parziale mancanza di tali dati ed è proprio da questa considerazione che nasce #datibenecomune. Una petizione e una lettera aperta in cui si chiede al governo l’accesso ai “dati pubblici, disaggregati, continuamente aggiornati, ben documentati e facilmente accessibili a ricercatori, decisori, media e cittadini“. Se avete tempo firmatela!
Nel frattempo che i decisori prendano in considerazione questa richiesta, occorre in qualche modo arrangiarsi . Un esempio illuminante di questa arte di arrangiarsi è data dall’idea del Professor Crisanti. Un idea tanto semplice quanto ingegnosa. Data la mancanza di dati affidabili riguardo ai flussi e i movimenti delle persone, possiamo chiedere a chi questi dati li ha: i giganti del web. In primis Google.
In verità non occorre fare neanche la richiesta perché questi dati sono già stati messi a disposizione da Google a partire dai primi mesi dell’annus horribilis (2020). Eccoli:

Per chi fosse interessato al dettaglio per singola regione in questo articolo su DDay potete trovare maggiori informazioni.
A giudicare dal grafico, l’attuale indice di mobilità è ancora molto alto rispetto al primo lockdown. Google riesce addirittura a stabilire con un elevato grado di affidabilità se le persone sono in casa o al lavoro, se si spostano per fare la spesa o andare in negozio. Ora non allarmatevi con la storia della privacy e non scomodate citazioni da Grande Fratello, tutti questi dati elaborati da Google, sono stati forniti con il nostro consenso. Inoltre, semmai ci fosse bisogno di chiarirlo, i dati sono analizzati in forma aggregata. Detto in altri termini Google non fornisce dati sugli spostamenti del signor Rossi. La questione semmai riguarda il grado di consapevolezza che abbiamo rispetto alle informazioni che forniamo a Google/Apple quando decidiamo di utilizzare uno smartphone Andorid/iOS. Ma questo è un altro argomento, parleremo anche di questo sempre qui si #infigures!
